Fumo a Buenos Aires

Aprile 30, 2008

E’ da giorni che nella capitale Argentina si sta assistendo a un fenomeno per certi versi assurdo e sicuramente tragico. Vorrei segnalare questa notizia a mio avviso molto originale…

Settemila acri di pascoli stanno bruciando da più di una settimana. Il ministro dell’Interno, Florencio Randazzo, ha dichiarato che aprirà un’inchesta per chiarire le responsabilità del disagio. La maggior parte delle grandi strade di accesso alla capitale argentina sono state chiuse per il denso fumo gravitante sull’area, a causa di numerosi incendi appiccati, nel delta del Rio Paranà, dagli allevatori di bestiame, contro i quali il governo sta studiando azioni legali.

A quanto riporta il Giornale tutto questo pare essere dovuto all’intenzione delle multinazionali di preparare un adeguato spazio alle piantagioni di mais Ogm da esportare in Cina.
ARTICOLO

Nonostante questo mi sono giunte voci dell’aumento della tassazione sull’esportazione di grano, risorsa che frutta parecchio guadagno al Paese. Anche questo particolare potrebbe aver irritato i grandi proprietari terrieri, che per protesta, avrebbero finanziato i responsabili dei numerosi roghi che stanno intossicando gli abitanti e rendendo invivibile la città.

FOTO

Manuel


Complimenti!… e grazie

Aprile 27, 2008

A Giulia Rossetto, per il terzo posto nella prova interna del Certamen Lucretianum! E grazie a quanti hanno ospitato studenti degli altri Licei!

 


ALCUNE CONSIDERAZIONI DOPO LE ELEZIONI

Aprile 15, 2008

DALL’ AVVENIRE.

BATOSTA   PER IL PS DI BOSELLI (DIMESSOSI) 

IL PAESE NON SI RICONOSCE PIù NELL’ ESTREMISMO LAICISTA
FRANCESCO RICCARDI

Con l’avvento del digitale se n’è persa l’abitudine, ma i fotografi di vecchia scuolasanno che la qualità di un’immagine si valuta innanzitutto dal negativo: il gioco dei chiari e scuri, i contrasti, le zone ‘bruciate’ perché sovraesposte. È un criterio per abbozzare un’analisi anche di queste votazioni.
Esaminando i risultati degli schieramenti in controluce, puntando dietro la pellicola delle prime proiezioni il faro di quelli che per i cattolici sono alcuni dei valori ‘non negoziabili’: difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, valorizzazione della famiglia e del matrimonio, libertà di educazione.
E così già dai primi scrutini emerge innanzitutto chi ha perso, chi è stato penalizzato dall’elettorato: Sinistra l’Arcobaleno e Socialisti sopra a tutti. I primi escono travolti dalla prova delle urne: i quattro partiti che, alleati nell’Unione, avevano raccolto il 10% nel 2006 oggi oscillano drammaticamente fra il 3% e il 3,3%: una mutilazione che comporterà la loro esclusione perfino dalla Camera, oltre che dal Senato. Scenario simile, se non peggiore, quello che si delinea per i socialisti di Enrico Boselli: qui la forchetta delle proiezioni va dallo 0,8 quasi all’1%.
In ogni caso si tratta di un pesante crollo rispetto al già modesto 2,6% conseguito nel 2006 (erano alleati coi radicali nella Rosa nel pugno). Nella loro campagna erano arrivati a scomodare Gesù, «come primo socialista». Ma neppure un miracolo poteva salvarli da loro stessi. Dai manifesti elettorali, il Ps grondava indignazione per la (presunta) ingerenza della Chiesa nella vita politica: una percezione che evidentemente gli italiani non hanno, non avvertono. Boselli (ora dimessosi) ha ripetuto sino allo sfinimento che il primo problema del Paese era riconquistare il primato della laicità. E con questa modificare la legge sulla fecondazione assistita, riconoscere le unioni di fatto, accelerare sul testamento biologico. Poi, già che si trovava, avrebbe voluto cancellare anche il concordato tra Stato e Chiesa. Gli elettori, però, hanno dimostrato d’avere altre priorità, di nutrire sentimenti diversi. E così i socialisti non siederanno più in Parlamento.

Un addio, ci pare, senza rimpianti.
Certo, sui dati delle forze minori ha pesato molto la polarizzazione del voto intorno a Pdl e Pd, ma come non osservare che la sconfitta della Sinistra l’Arcobaleno (anche Bertinotti si è dimesso) potrebbe essere pure figlia della sovraesposizione su certi temi eticamente sensibili, di determinate battaglie condotte con cieca caparbietà nella passata legislatura. A cominciare dal tentativo di equiparare tutte le unioni, di affermare la teoria del gender – 5 generi al posto dei naturali maschio e femmina – di destrutturare la famiglia, considerata una tra le tante formazioni sociali, quando non addirittura mera ‘gabbia’, capace di produrre solo violenza e sopraffazione. È anche – forse, soprattutto – su questa visione dell’uomo che i cittadini hanno marcato la loro distanza da Bertinotti e compagni, così come da Boselli e amici.
 Il sentire profondo del Paese – al di là delle specifiche differenziazioni politiche – è un altro, radicato su un’antropologia solida, che ha nel diritto naturale il suo corollario.
 La fotografia dai contorni più nitidi del nuovo Parlamento sarà stampata solo nei prossimi giorni.
 Ma l’affermazione dello schieramento moderato, il coagularsi intorno al Pd del fronte progressista – al cui interno, assieme a posizioni più radicali, non mancano certo i cattolici – e la presenza dell’Unione di centro addirittura quale terzo schieramento, assicurano per il momento una maggiore tranquillità sui temi della bioetica. Probabilmente si discuterà ancora di quali diritti individuali siano da assicurare ai conviventi, di come evitare ogni forma di accanimento terapeutico o di quali aggiustamenti eventualmente necessitino le norme sulla fecondazione assistita. Ma senza farne artificiose priorità e bandendo da subito gli estremismi più ciechi. E questo, oggi, non è risultato di poco conto.


EXPO 2015-MILANO

Aprile 2, 2008

Expo 2015 a Milano:una nota positiva per l’Italia. Una “vittoria collettiva”che potrà essere determinante per l’esito delle elezioni.

Riporto questo articolo tratto dall’ edizione odierna del Corriere della Sera:

Successo Expo e Nordismo Assistenziale. Il futuro di Milano.

Conquistata l’Expo ora bisogna fare il bis. Portando a casa con grande abilità l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2015, Letizia Moratti & C. hanno creato le migliori condizioni possibili per riprendere la riflessione sul Nord, le sue ambizioni di primato economico e la collocazione geopolitica. Una cosa è avere in circolo l’adrenalina della vittoria di Parigi, altra è ripartire dai mugugni di Malpensa. Come tutte le sconfitte anche il flop dell’aeroporto padano aveva finito per accentuare la parabola negativa di un settentrionalismo minore. Ai limiti del piagnisteo. CONTINUA A PAGINA 34.
SEGUE DALLA PRIMA
Nato per diretta filiazione dalla Lega, il nordismo nella culla sventolava la bandiera della libertà economica, chiedeva — come ha ricordato Giuseppe Berta nel suo recente libro «Nord» — di smantellare l’economia pubblica e privatizzare quasi tutto, mentre ai giorni nostri stava compiendo il percorso inverso. Era in frettoloso ripiegamento verso il vicolo cieco delle recriminazioni localistiche e della richiesta di protezioni. La questione settentrionale come replay dei logori schemi di quella meridionale. Chiunque promettesse un «tavolo», una qualsiasi sede di concertazione per ottenere aiuti o leggine, rischiava di venir ascoltato dagli amministratori locali e dal popolo nordista come un salvatore della causa. Quasi l’Italia Settentrionale non fosse una delle zone più industrializzate e ricche del Vecchio Continente ma una comunità impaurita localizzata in una delle tante periferie del globo.
Con l’Expo si ricomincia dall’orgoglio. Si tornerà a raffrontare le performance lombarde con quelle dei distretti europei più innovativi come Monaco di Baviera, l’Oxfordbridge e Tolosa. Si riprenderà a ragionare in grande, a guardare al futuro e non a inseguire i fantasmi del declino. Perché tutto non resti al livello della suggestione di carattere culturale sarà importante coinvolgere nello sforzo di Milano tutto il Nord, o se preferite i tanti Nord, viste le grandi differenze che economisti e sociologi non si stancano di sottolineare quando studiano l’evoluzione delle città e delle aree sull’asse che va da Torino a Trieste. Il fallimento del progetto Malpensa trova una spiegazione anche nell’esplodere dei localismi, nell’assurda e provinciale rincorsa a costruire un aeroporto sotto ogni campanile dell’A4 e di conseguenza a frantumare l’offerta di servizi che il settentrione ha messo in questi anni a disposizione dei suoi (ricchi) viaggiatori. La Lombardia commetterebbe un nuovo errore se non sapesse sfruttare quest’occasione per costruire un rapporto meno episodico con il Nord Est, che resta il maggior giacimento italiano di libera imprenditoria e libero lavoro.
Dai primi dati che circolano in questi giorni appare chiaro come il sostegno pubblico alla realizzazione dell’Expo si presenti massiccio. Il 46 per cento degli investimenti previsti da qui al 2015 sono a carico dello Stato, all’incirca 1,5 miliardi di euro. Un altro 26 per cento peserà sul bilancio degli enti locali e i privati saranno chiamati a concorrere alle spese in ragione del 28 per cento. A questi numeri vanno poi aggiunti ovviamente gli investimenti necessari per le lungamente attese Pedemontana, Brebemi e Tem (7,7 miliardi) che graveranno in gran parte sulle casse pubbliche.
I soldi dunque ci sono e tanti. Il rischio è che senza un colpo d’ala dell’imprenditoria privata si scambi la primogenitura nordista, l’orgoglio del primato morale ed economico del Settentrione, con un pur generosissimo piatto di lenticchie. Che ci si limiti ad amministrare pigramente i flussi di spesa senza generare valore aggiunto e ulteriori chance di sviluppo. Un nordismo in chiave assistenziale sarebbe l’ennesimo, e forse il peggiore, degli ossimori italiani.
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