La coscienza di Zeno

Ho appena terminato di leggere La coscienza di Zeno, innovativo romanzo autobiografico che consiglio vivamente a voi tutti.

Sono stata colpita dallo stile e dalla lingua utilizzati da Hector Schmitz  (vero nome di Italo Svevo) nella sua opera più celebre: ho perciò pensato di riportare alcune curiosità in merito all’argomento, che mi paiono molto interessanti.

Ci si accorge fin dalle prime pagine che la lingua di Svevo presenta usi di parole e forme grammaticali inusuali. Egli infatti si distacca dall’italiano “normale” del suo tempo – il toscano – (e per questo venne accusato di scrivere male!), a testimoniare l’incertezza linguistica che ancora vigeva a Trieste, città nella quale l’autore viveva e lavorava. Trieste: periferica rispetto a Firenze e Roma da una parte, dall’altra terra di confine, linguisticamente interferita dal tedesco e dalle lingue slave. Svevo, in particolare, aveva una competenza plurilingue articolata: parlava il dialetto triestino, conosceva l’italiano sia letterario che commerciale oltre a parlare fluentemente il tedesco, il francese, e in minor grado, l’inglese (ebbe come insegnante niente meno che James Joyce!). Si comprende dunque il perchè del suo italiano insicuro: non è nativo, ma, piuttosto, libresco.

Ciò lo porterà a scrivere con alcune particolarità che saltano all’occhio, come ho accennato in precedenza.

Eccone alcune:

-          il VERBO è un settore che presenta molte irregolarità. Con il servile, in molti casi, sono possibili sia l’ausiliare essere che avere (“ha potuto venire” – “è potuto venire”), ma la forma impersonale ammette solo l’ausiliare essere, mentre Svevo scrive così: “quello (il vestito) di sera in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno” ;

-          I PARTICIPI PASSATI sono accordati con il complemento oggetto posposto: “avevo amata mia madre”, “avrebbe rafforzati i freni”;

-          quanto ai tempi, il PASSATO REMOTO è usato in eccesso (per ipercorrettismo di un settentrionale che non lo possiede nel proprio modo di parlare spontaneo). Es.: “La mia fronte è spianata perchè dalla mia mente eliminai ogni sforzo”- qui l’italiano toscano avrebbe richiesto il passato prossimo;

-          sovraesteso uso della preposizione DI al posto di A. Es.: “se riuscissimo di tenerlo a letto”. In questo Svevo è influenzato dal francese, la lingua straniera che più condiziona il suo italiano.

 

Un altro aspetto interessante del romanzo è il riferimento alla psicanalisi (cui lo stesso autore fu sottoposto) e i conseguenti richiami a Freud. Per chi fosse interessato, consiglio parte di un saggio di Eduardo Saccone: “Commento a Zeno”(pp. 180-84), nel quale le ultime pagine della Coscienza vengono commentate alla luce del pensiero di Freud.

 

Buone letture e buone vacanze!

3 Risposte a “La coscienza di Zeno”

  1. lorenzo900 Dice:

    Anch’io sto leggendo la coscienza di zeno, ma non mi ero accorto di tutti questi particolari filologici che tu fai notare. Ci presterò più attenzione!

  2. diter Dice:

    Dopo decenni di giudizi critici negativi, su una presunta “cattiva scrittura” di Svevo, il giudizio sullo stile dell’autore triestino si è fatto molto più articolato, in effetti. Quanto a Freud, Svevo è stato uno dei suoi primi conoscitori e commentatori “italiani”.

  3. araldo90 Dice:

    Tra le fasi salienti di questo viaggio con se stesso una grnade importanza viene assunta dalla snervante lotta con la propria coscienza mentre la malattia si configura nel suo immaginario come la condizione normale dell’ esistenza e l’ incapacità di Zeno di sentirsi a suo agio in qualsiasi situazione.
    Altro tema fondamentale del romanzo è anche quello del rapporto complicato col padre, fatto di silenzi e impressioni. Sin dalla tenera età il genitore non riesce a tollerare l’arrendevolezza, oziosità e l’ incosistenza del figlio e ciò finisce col creare una crepa insanabile con Zeno che si protea fino alla sua morte.
    Zeno è un personaggio insicuro, vive nell’ età dell’ incertezza, con un’ identita frammentata e contradditoria che si difende dalla società e causalità dell’ esistenza attraverso l’ uso di una sublime ironia. che lo proietta a prendere coscienza delle negatività impresse nell’ intera umanità e nell’ uomo comtemporaneo inevitabilmente destinato alla morte e alla distruzione.

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