La cognizione del dolore

Luglio 29, 2008

La complessità di questo libro non è solo espressa nei più diversi registri stilistici, i più diversi linguaggi – dall’italiano letterario e aulico all’italiano regionale lombardo popolare e borghese, dallo spagnolo ai dialetti meridionali, ai più svariati tecnicismi, arcaismi e neologismi, ma anche dalla tecnica del “flusso di coscienza” portata allo stremo.

Calvino, nelle Lezioni americane, descrive Gadda, tra le altre cose, come un nevrotico “che getta tutto se stesso nella pagina che scrive, con tutte le sue angosce ed ossessioni, cosicché spesso il disegno si perde, i dettagli crescono, fino a coprire tutto il quadro”. Calvino, qui, fa riferimento a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, ma io ritengo che si possa interpretare anche per quanto riguarda la cognizione del dolore.

È una ricerca, una ricerca delle ragioni dell’irreparabile rancore di un figlio nei confronti della madre, che forse rappresenta la natura (non ne sono sicuro, se qualcuno me lo spiegasse mi farebbe un piacere!) e del suo odio verso l’ipocrisia e l’”imbecillaggine generale del mondo”; il tutto, ben rappresentato nella figura dell’ingegnere Gonzalo Pirobutirro (una trasposizione autobiografica dell’autore stesso, mi sembra abbastanza possibile).

A volte ci si perde, tra le pagine di quest’opera, e allora è necessario ricominciare. Ci si perde tra i continui sentieri della rabbia del protagonista (nevrosi dell’autore), in una tecnica del “flusso di coscienza” che vuole parlare del “pasticcio” dell’intera società umana. Tutto, ogni piccolo avvenimento, pensiero, viene registrato e deformato con rabbia, usando come “arma” sostantivi, verbi e aggettivi, che vengono caoticamente enumerati e accumulati.

È un romanza incompiuto, ma, personalmente, l’ho notato poco, quasi per niente.

Mi domando cosa sarebbe stato, se avesse avuto il tempo di completarlo.

Un consiglio che, però, darei all’editore, sarebbe di aggiungere una discreta serie di note al testo, perché è davvero difficile. Mi viene da pensare all’Ulisse – qualcosa in comune, G. e J. ce l’hanno! – che viene venduto con un testo di quasi 300 pagine di note. E la lettura è molto più facile, dal mio punto di vista.

Voto: 10, senza dubbio. Ma lo rileggerò solo quando vorrò torturarmi di nuovo!


Esecuzione per 1 euro, venghino signori!

Luglio 23, 2008

Ecco, ci si chiedeva quando, nella nostra società-spettacolo, avremo avuto il piacere di poterci godere un’esecuzione in diretta…sono stati ben felici di accontentarci!

All’idroscalo di Milano, tra le varie attrattive, c’è una “giostra” (non nel senso vero della parola!, basta che andiate in internet e vedete che roba è) di un manichino che, per un euro, viene condannato alla sedia elettrica.

C’è da domandarsi che cosa vedremo nel 2009…

Ma la cosa più interessante, oltre al fatto che, come il solito, ha avuto un successo atroce (parola giusta), la “giorstra” appena arrivata in Italia, negli USA, è da un pezzo che gira. Spettacolarizzare la morte. Ma forse lo fanno per uno scopo benefico, così gli esseri umani non avranno più paura della morte…

Io non credo, io affermo che su tutte queste “piccole” cose, le nostre menti vengono continuamente bombardate dallo scatafascio della società-spettacolo. E ciò non è un bene…non lo è affatto. Ma tanto per noi non cambia, vero? è solo una giostra…


Tragedie estive

Luglio 10, 2008

Come tutti e tutte sanno – lo stanno strombazzando allegramente perchè è l’ultimo fatto di cronaca che tiene gli italiani incollati al telegiornale – Federica, la ragazza che era andata in vacanza con una sua amica in Spagna, è morta, uccisa dal ragazzo sud-americano, suo amico.

Il commento che ho sentito più spesso, è il seguente: “Come si fa, due ragazze così giovani, da sole, ad andare in un posto in cui è noto che ci si va per sballarsi e non sai mai con chi si va a finire…”

Che il luogo in cui erano in vacanza fosse una specie di Ibiza…era noto. Ma io ho pensato ad un altra cosa, sul fatto che è accaduto. Io penso che le due ragazze, anche ascoltando l’amica, siano andate senza la cognizione di quello che può SEMPRE succedere in QUALSIASI luogo. Intervistavano gruppi di ragazzi (maschi), e tutti dicevano: “Noi veniamo qui per divertirci, ma siamo gruppi di cinque, sei, sette ragazzi; ognuno di noi tiene d’occhio l’altro, non andiamo mai in giro da soli. Questo l’hanno detto esseri di sesso maschile, che, anche se corrono meno rischi di subire violenze sessuali, non per questo sono al sicuro, nel mondo.

Io sono stato educato al fatto che, ovunque io vada, devo sempre guardarmi le spalle. E, crescendo e facendo esperienze personali (viaggi all’estero, in italia) ho constatato che è vero. Aggiungo io: guardare anche le spalle d chi ti sta vicino. Le due ragazze erano insieme ai fratelli di Federica, in viaggio, ma, di fatto, andavano in giro da sole. Ed io sono certo che fosse perchè non erano state educate “al mondo”. E questo è colpa solamente dei genitori.


A proposito di … solitudine …

Luglio 7, 2008

“Comprende l’uomo ,  nel guarire , che il pensiero , il desiderio , la volontà , la conscienza della vita non sono la vita .”                                                                                                                                                 “Comprende egli che la sua vita reale e quella , dirò così , non vissuta da lui ; “                                      “Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza : rinchiude le piaghe , ripara le perdite , riallaccia le trame infrante , rammenda i tessuti lacerati , ristaura i congegni degli organi , rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue , riannoda su gli occhi la benda dell’amore , rintreccia d ‘ intorno al capo la corona de’ sogni , riaccende nel cuore la fiamma della speranza , riapre le ali alle chimere della fantasia.”

( Gabriele D’Annunzio – Il Piacere )

Andrea Sperelli dopo essere caduto da cavallo viene ospitato da sua cugina  nella villa di Schifanoja.            Il periodo di riposo ” forzato ” guida Andrea a una riflessione .                                                                       Egli ripercorre la sua vita trascorsa tra amori , disamori periodi di ( apparente ) felicità e gloria .                                                                                                                                                                   Si rende conto del reale vuoto che ha dentro di sè che corrisponde alla società del suo tempo ,                      ” superficiale “ ,” priva di ” valori “.

La natura accoglie ” l’eroe sofferente e solo e lo rincuora .                                                                    Andrea soprattutto osservando il mare trova conforto , serenità , pace : ” Il mare aveva per lui l’attrazione misteriosa d’una patria ; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale , come un figliuolo debole nelle braccia d ’ una padre onnipotente.

Nella solitudine affiorano immagini e ricordi dolorosi ; si cominciano a delineare alcuni  pensieri :  “Ogni speranza era spenta ; ogni voce era muta ; ogni ancora era rotta . A che vivere ?

Poco tempo dopo Andrea ” rinasce ” : “Cugina , ho trovato la Verità e la Via“.

Andrea Sperelli incarna l’eroe romantico che nell’ isolamento è in grado di trovare degli elementi ” positivi “rivolti al futuro .


Informazione sul libro di Fisica

Luglio 5, 2008

Volevo informarvi che come aveva anticipiato la prof Ferraro, il prossimo anno non si adotterà il libro di testo di fisica segnato nella lista consegnataci all’iscrizione, dato che l’anno scorso la classe non si è trovata molto bene a lavorare con quel libro, ma si è deciso di acquistare il seguente tomo:

Antonio Caforio e Aldo Ferilli – “DENTRO LA FISICA VOL. 2″ – Le Monnier

ISBN 978-88-00-20515-6

euro: 18,00


Palomar, Italo Calvino

Luglio 4, 2008

Il lavoro del Signor Palomar è quello di conoscere. Non una cosa in particolare, non dopo determinati studi o ricerche; egli è un uomo il quale non fa altro che bloccare il corpo e i pensieri sul momento, capire dove la curiosità vuole che la sua attenzione si posi ed osservare.

La capacità d’osservazione è infatti la caratteristica chiave del personaggio; Palomar si sofferma a riflettere su animali, oggetti e persone con una sensibilità di percezione elevatissima, ma che di rado lo aiuta a giungere ad una soluzione finale, un approdo per tutto il cozzare di pensieri e incognite che lo invadono.

Calvino ci immerge così in un testo dall’alto tasso descrittivo, fatto per lo più di silenzi, di nodi sciolti, da sciogliere o da stringere, di una ciclica alternanza tra apertura e chiusura verso il mondo, mondo reale che crediamo ormai di conoscere, e mondo di Palomar che, seppur infinitamente fragile, trova il coraggio di sedersi di fronte all’universo ed osservarlo anche per una vita intera, arrovellandosi su dubbi che non troveranno mai una risposta.

Dalla presentazione di Calvino:

<< Rilegendo il tutto, m’accorgo che la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: “Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.>>


“PREMIO STREGA”

Luglio 4, 2008

La sessantaduesima edizione del Premio Strega è stata vinta da Paolo Giordano,con ”La solitudine dei numeri primi”.

ARTICOLO

“IL PREMIO A UN ESORDIENTE”

Lo Strega premia un giovanissimo : vince Paolo Giordano

I pronostici sono stati rispettati: il Premio Strega è andato a Paolo Giordano. Il vecchio e il giovane, il Nord e il Sud, il passato e il futuro.

Annata delle antinomie al Premio Strega vestito di nuovo, anno primo di Tullio De Mauro – il linguista, il cattedratico – alla direzione della Fondazione Bellonci dopo il ventennio Rimoaldi, leggi l’imperiosa e manovriera Anna, a sua volta scrittrice (edita da Mondadori), amica stretta di Maria Bellonci e sua erede nella casa-biblioteca di via Fratelli Ruspoli, cuore dei Parioli, dove il premio letterario nacque nel 1947.Dunque, il romanziere di lungo corso Ermanno Rea (classe 1927, profugo da Napoli a Roma, una trilogia d’odio-amore sulla città del Vesuvio e ora questo «Napoli Ferrovia» edito da Garzanti) in estenuante duello con l’esordiente Paolo Giordano (ventisei anni, torinese, borsa di dottorato in fisica, lavoratore accanito al punto da rispondere al telefono solo durante la pausa pranzo, al battesimo letterario con «La solitudine dei numeri primi»).
Come dire la notte e il giorno, la luna e le stelle, le stesse che hanno illuminato ieri sera il Ninfeo di Villa Giulia, mentre Nicolò Ammaniti presiedeva lo spoglio delle 400 schede degli Amici della Domenica, la giuria dello Strega.

Trasognato, distaccato, saggio, lo scrittore partenopeo, quanto rampante il dottorino piemontese. Mondadori ha puntato tutto su di lui. Non solo lo Strega (e già il 13 giugno Giordano aveva vinto il premio assegnato dagli studenti delle scuole romane), ma pure il Campiello Giovani. Il fisico-scrittore, forte delle 170 mila copie vendute, s’è lasciato volentieri trasformare da caso letterario in divo mediatico. Un assopigliatutto, che ha azzeccato la partita di diventare il più giovane vincitore dello «Strega», strappando il record ad Alberto Bevilacqua, che vinse nel 1968, a 34 anni, con «L’occhio del gatto».

Piace, la sua storia, perché squarcia i giovani di oggi. I protagonisti, Alice e Mattia, seguiti dall’infanzia all’età adulta, camminano parallelamente senza mai sfiorarsi, come i «numeri primi» del titolo. «Ho raccontato la passione per le materie scientifiche di molti ragazzi, che nasconde la volontà di mettere ordine nelle cose – spiega Giordano – Del resto i giovanissimi li conosco bene. Per dieci anni ho dato ripetizioni di latino, di fisica, di matematica. Sono diventato amico dei miei allievi, ho chiacchierato con loro, so che gli passa per la testa. Bisognerebbe tornare a innamorarsi dei ragazzi, invece di viverli solo come un problema».

Rea ha giocato invece sul doppio piano del passato e dell’oggi. Un romanzo coraggioso e rigoroso il suo, trasparente nello stile, perché l’autore ama «le storie dettagliate ed esatte». Si mette in gioco in prima persona come io narrante. È lui la «vecchia cariatide comununista» che decide di tornare a Napoli e che stringe amicizia con Caracas, un tipo che è tutto il suo opposto, ex naziskin e perfino in procinto di convertirsi all’Islam. Caracas è il Caronte che salva i derelitti e traghetta Rea nell’inferno di Napoli, nei vicoli del malaffare, degli eroinomani, dei cumuli di spazzatura.

E  la complicità tra i due si consolida sul piano dei valori, morali e identitari. Sicché da questa storia amara si ricava una lucina di speranza, quella secondo cui il dialogo, se si è onesti, è sempre possibile.
A dare fastidio a Rea e Giordano – nella corsa all’alloro che ha visto le case editrici schierare come sempre le truppe cammellate dei critici, degli intellettuali, degli editors, degli amici degli amici – Cristina Comencini, capace di alternare la sedia del regista a quella davanti al computer di scrittura. Il suo «L’illusione del bene» (Feltrinelli) si interroga ancora sul fantasma del comunismo che non smette di aggirarsi nelle menti di chi ci ha creduto. Così il protagonista, un malinconico e deluso impegnato di sinistra, offre lo spunto all’autrice di meditare su illusioni e storici fallimenti.
«Com’erano le opere dello Strega 2008? – chiosava Walter Pedullà nella notte del Ninfeo – Se cercassimo il capolavoro usciremmo con le osse rotte…Però libri interessanti ci sono stati». Contentiamoci.

Lidia Lombardi

04/07/2008 (Il Tempo )


Gli Indifferenti

Luglio 3, 2008

Quando Moravia cominciò scrivere il suo primo romanzo (di studi non aveva che compiuto la 5 ginnasio) nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott’ anni. L’Italia di quel tempo era sotto la dittatura mussoliniana e stava scivolando verso il consenso e i plebisciti per il fascismo.

Egli, con questo romanzo, raffigurò lo sfacelo di una famiglia borghese e dell’ intero Paese.

La vicenda è pervasa e trabbocante di atteggiamenti falsi, ipocriti, stupidi, inutili….quando solo basterebbe la forza di essere sinceri, per uscire dall’ attanagliante buio a cui ci si è aggrovigliati.

Tutto finisce miseramente però.


I fiori blu

Luglio 3, 2008

La trama narrativa è la seguente.

Due personaggi, ogni volta che si coricano, sognano di vivere la vita dell’altro. E qui sorge il primo dubbio, che ognuno interpreta a modo suo: chi sta sognando chi, dei due? Perché, vedete, uno è Giocchino d’Auge, duca che è oppresso e deluso dalla storia, mentre l’altro è Cidrolin, un nullafacente che vive in una barca…e vive nel ventesimo secolo.

Il duca attraversa diversi periodi storici, con un intervallo di 175 anni da ognuno: nel 1264 si apre la vicenda narrata; nel 1439 compra cannone per sedare chiunque lo voglia costringere all’ennesima crociata; nel 1614 si smarrisce durante un acquazzone e si riscalda nell’abitazione dell’alchimista Timoleo Timolei, che prende al proprio servizio; nel 1789, in piena Rivoluzione, viaggia alla ricerca dei preadamiti e, per provare la loro esistenza, si mette a dipingere graffiti nelle grotte, che gli studiosi scambieranno per testimonianze dell’esistenza degli uomini primitivi, finchè, nel 1964, giunge presso l’abitazione di Cidrolin, che lo indirizza al campo di campighe per campisti.

Cidroli, padre di tre figlie tutte quante maritate, dopo che anche l’ultima si sposa, ha come unica compagnia una ragazza, una specie di badante, e le sue costanti preoccupazioni sono di bere l’essenza di finocchio e di cancellare le ingiurie che qualcuno scrive nel muro in cui è ormeggiata la chiatta in cui vive, ogni giorno.

In questo romanzo, cosparso di acrobazie sintattiche – a cui si deve a quel genio di Calvino la possibilità di coglierle anche in italiano – , due protagonisti sognano, uno il futuro, l’altro il passato: alla fiducia nei propri mezzi dell’eroe medievale, impegnato in avventure e ribellioni e alti consigli nobiliari, fa eco, a futura distanza, l’antieroe Cidrolin, immobile e sonnacchioso nella sua chiatta, come se non vi fossero speranze di innovazione nella vita dell’essere umano contemporaneo; in questo romanzo, ricco di critica all’etnicità degli esseri umani, ogni episodio, abilmente rimpolpato dai personaggi minori (le protagoniste, il guardiano che pensa e non sogna mai, i cavalli parlanti, il paggio, l’abate Riphinte, il vescovo Onesiforo, il barman Onesiforo…), contiene una critica alle ragioni umane.

Filosoficamente parlando, il giudizio su che ritiene di essere nella misura di cui pensa, appare negativo, e la realtà non è altro che un sogno continuo, mentre la realtà vera di chi non sogna, svanirà.

A questo punto, ci si chiede: ma qual è il significato del titolo I fiori blu?

In francese, queste tre parole, sono un modo di dire, di indicare ironicamente gli idealisti, i romantici, nostalgici d’una purezza perduta.

All’inizio del libro, proprio nelle prima pagine, il duca, mentre sta uscendo per dirigersi in città con Sten (diminutivo di Demostene), cavallo parlante, afferma che i fiori blu sono stati coperti inesorabilmente dal fango della storia.

Calvino, nella nota, ci spiega: quando, alla fine, nel momento in cui scoppia il temporale e il duca e il suo seguito, ospiti di Cidrolin, rimangono nella barca (l’Arca) per superare il diluvio ed arrivare alla meta tanto ricercata (uscire dal Tempo?, ricominciare l’Eterno Ritorno?), <<…uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando.>>

Mio voto: 9/10.

Sarà uno di quei libri che rileggerò ancora diverse volte, negli anni.