Cos’hanno in comune Svevo e Pavese

Agosto 29, 2008

Devo dire, per prima cosa, che, ad un certo punto, avevo meditato veramente di abbandonare La coscienza di Zeno. Il capitolo riguardante il suo matrimonio, lo trovo di una monotonia e, a volte, di una ripetizione…stancante. Nel senso: impiega quasi 90 pagine per dichiararsi, quando lo fa, fallisce, e si sposa con la sorella; nel mezzo, una serie di domande che si fa, senza peraltro trovare risposta che, certamente evidenziano l’insicurezza del personaggio, ma lo fanno diventare, a mio parere, apatico: infatti, quando si confronta con il rivale, “perde” sempre. Dicevo: in primis, la trovo un tantino debole come trama; in secondis, Svevo descrive i modi di comportarsi, di interagire tra le persone, proprio come in un tipico romanzo ottocentesco, cosa che, dopo aver letto i primi tre capitoli, che raccontano in maniera assolutamente novecentesca (sopratutto la guerra contro il fumo) il modo di comportarsi e di pensare…fa crollare il palco. Fortinatamente, dopo, il libro, oltre che migliorare, diventa magnifico, e fluisce con una semplicità disarmante. Gli darei otto, come voto (parere mio!), causa carenze del capitolo 5.

Per quanto riguarda la luna e i Falò…l’ho trovato eccezzionale. Credevo che me la sarei sbrigata in quattro e quattr’otto a leggerlo (neanche 200 pagine, scritte in grande), invece, quando mi accingevo a “dargli una letta”, mi accorgevo che non mi ricordavo nulla di quello che avevo appena letto. Perchè, in un modo che non riesco a comprendere, Pavese riesce a rappresentare quella che viene considerata “la semplice vita” in modo che si evidenzi quanto, in realtà, sia difficoltosa, come tutte gli “altri tipi di vita”. E lo fa anche in un modo dolce-poetico…cioè, che dire? Riesce difficile pensare che, dopo aver scritto questo romanzo, si sarebbe suicidato. Uno pensa: lo scrittore, in qualche modo, fa trasparire, tra le sue pagine, come si sente (esmpio classico, è Hemingway: Di là dal fiume e tra gli alberi, Il vecchio e il mare e poi il suicidio). Evidentemente, Pavese riusciva a scriverlo – Anguilla, bene o male, è una sua proiezione che ritorna a casa – in modo da ingannare chi leggeva. Ma forse si pò immaginare: Anguila vede in Cinto se stesso, e Cinto è il ragazzo storpio senza sogni, l’opposto di Anguilla da ragazza, l’uguale Anguilla adulto, ovveso Pavese adulto. Il fatto che Pavese-Anguilla riversasse su Cinto tutto ciò che sapeva, può far pensare che fosse un modo per dire addio: ritronare, dopo “aver visto tutto, aver visto come tutti, al mondo, erano uguali, ed lasciare, prima di andarsene per sempre, un’eredità propria in Cinto. Come un genitore al figlio. Questo, a parer mio, può essere visto come il modo in cui Pavese dice addio.

Ed ora, per arrivare al titolo: ciò che, ho notato, accumuna Pavese e Svevo (e molti altri scrittori/scrittrici, ma, fra quelli che ho letto quest’estate, l’ho notato più in loro), è il fatto che – come dire – riescono a raccontare, in poche righe, molte cose. Sembra stupido, ma io non sono in grado di farlo. Non sarei in grado di scrivere un romanzo del ritorno come La luna e i falò in sole 170 pagine, ne “consumerei” almeno il triplo! E la stessa capacità ce l’ha Svevo anche se, data la giusta ampiezza dell’opera, ce se ne accorge meno. Ma Pavese è un genio: capitoletti da 4-5 pagine, raccontano, ognuno, un episodio, e sono tutti legati; non ti accorgi che, in poche pagine, ti racconta di decine di vite, di decine di anni, di storia.


La luna e i falò (Cesare Pavese)

Agosto 29, 2008

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Roche frasi per esprimere l’ incredibile essenza di quest’ opera, che si riesce ad apprezzare pienamente soltanto scavando nei significati e nei valori intrinsechi che esso cela.
La tendenza volta e marcata al realismo, alla veridicità dei fatti, dei luoghi e dei ampi squarci di vita quotidiana che trovano spazio in queste pagine pregnanti di modernità e di esistenza vissuta ed assporata fino in fondo (sempre al massimo) fornisce un’ essenziale delucidazione che nel percorso interiore di ognuno di noi risulta e deve risultare imprescindibile: è dolce, è picevole ed è soprattutto rassicurante l’ idea che ovunque noi siamo e in qualunque situazione ci troviamo non sarmo mai soli; non vagheremo mai nel nulla o nella frustrazione di nonb aver creato legami forti e duraturi perchè ci sarà sempre un luogo, un posto che potremmo chiamare CASA.
E’ straordinario siglare l’ intensità del tema del RITORNO alle prorpie origini e ai propri affetti che il protagonista rincorrew spesso nelle opere di Pavese, il quale, nel tempo e nei contesti che videro la sua infanzia, cercare di scoprire le radici di tutta la sua vita, servedosi del protagonista per compiere un viaggio “interiore” nella contemporanietà della sua società, che inizialmente classifica senza avvenire, ma che, invece, gli fornisce l’ opportunità di verificare e di rendersi conto di quanto sia maturato e cambiato nel soggiorno in America.
Molte cose sono cambiate: tanti volti scomparsi, miti distrutti…
E’b passata ala guerra e ha lasciato i suoi morti, sono scomparse le belle sorelle della Mora, illuse e deluse nelle loro passioni disordinate e nelle loro ambizioni inquiete, ardenti, travolte dal loro destino. Solo Nito rimane al suo posto, sulla sua terra con l’ esile speranza di poter cambiare qualcosa.
Il protagonista, invece, diserterà e andrà a trovare lontano, in solitudine, quel futuro del quale necessita e in funzione del quale viva e respira.


Ossi di Seppia (Montale)

Agosto 29, 2008

Questa raccolta poetica di Eugenio Montale costituisce la poesia della negatività per eccellenza.
Gle ossi sono una delle tantye forme della vita che si sgetola,”gli inutili rigurgiti che il mare abbanodna sulla riva con il suo continuo rifluire”.
Nella mia visione complessiva dell’ opera l’ autore si serve di una poesia certamente sublime ed erudita ma che tuttavia risulta ardua, complessa, oscura.
E’ prorpio grazie a questa difficoltà lessicale e tematica, a visione pessimistica che Montale si fa promotore di una forza e di un’ intensità tale da originare un’ incalcolabile suggestione, non solo stilisticamente ma anche tematicamente e contenutisticamente. Un elemto che mi ha particolarmente colpito leggendo l’opera è il fatto che l’ oggetto in questione venga considerato non nella sua realtà materiale ma nel suo significato emblematico, alludento, in molti casi, all’ umana condizione di sofferenza dell’ uomo, che nella sua solitudine e aridità sentimentale si trova ad interagire pressantemente con un paesaggio ligure, scarno e sassoso che fa da specchiob a tutta questa realtà.


Bambini nel Tempo (Ian Mcewan)

Agosto 29, 2008

Mi piace definire questo romanzo del celebre autore lontano come allo stesso tempo sconvolgente ma allo stesso tempo realissimo. Il fatto che Mcewan sfrutti la scelta di servirsi della scomparsa della figlia (Kate) dello scrittore StephenLewis per dar vita ad una profonda e dolorosa rielaborazione di ogni singola parte costitutiva del prorpio vissuto, permette di originare situazioni di incredibile sensibilità e intensità, si tratta di un viaggio surreale nell’ interiorità e negli affetti del protagonista che si ritrova ad affrontare una introspezione che abbatte ogni barriera di spazio e di tempo, ai limiti del paradossale.
Il romanzo si delinea, dunque, come un’ indagine accurata e approfondata non tanto dall’ infanzia, quanto dell’ età adulta, che con essa si trova a fare i conti; infatti, contrariamente a quanto si possa pensare, siamo noi adulti a guardare i bambini come lontani anni luce da noi e a volenrne capire la spensieratezza, la leggerezza che molte volte ci farebbe comodo possedere e che imprigioniamo amaramente nei momenti più bui del nostro essere.
Per concludere, ritengo un segno di forte apertura verso il futuro il fatto che Mcewan scelga di concludere il lobro con la ripresa del tema romantico; l’ amore ritrovato dopo una vampata di rabbia egoistica, silenziosa e incomprensiva; tuttavia credo sia chiaro il messaggio che l’ autore ci vuole inviare: le difficoltà sono insite nella natura di ogni individuo e svaniscono in base alle modalità con le quali ognuno di noi cerca di superarale.
Alla fine, però, proprio quando tutto sembra perduto e ci sembra di essere giunti al capolinea, seriamente vogliamo che la vita ci regali un’ altra chiave per essere felici, una chiave che pur tuttavia dobbiamo essere in grado di cogliere al volo.


Libera nos a Malo

Agosto 29, 2008

Impostato su un tema non ben definito, procede per associazioni di idee, flussi di coscienza. Il filo conduttore dell’ opera è la vita dell’ autore, in particolare della sua infanzia che riassapora sooto vari aspetti del suo essere incastonate in uno sfondo dove si respira un clima fascista e nel quale assumono pieno diritto di cittadinanza tematiche come l’ istruazione e la religione cattolica.
Lo si può quasi considerare come un’enciclopedia di usi e costumi del territorio vicentino dell’ epoca e in una visione complessiva può risultare difficile soprattutto per quanto riguarda il filo logico dell’ opera. Tuttavia questo capolavoro non è solo un romanzo fine a se stesso ma ragiona approfonditamente anche soprattutto sul concetto di felicità, su cosa abbiamo perso e guadagnato con lo sviluppo della società, ma senza cadere in rimpianti consevatori e inutili patetismi. Non vuole dimostrare la superiorità di una o dell’ altra epoca, vuole semplicemente mettere a confronto, contrapponendo il pensiero di lui bambino con quello, lucido e ironico, del Meneghello ormai quarantenne.

P.S. Qesta recensione e le seguenti mi sono state consegnate da Cristian perchè ha dei problemi col computer.


Fiesta

Agosto 22, 2008

Evviva sta sera c’è una festa! E cosa si fa ad una festa? Si beve!
Il libro è un continuo pervadere dell’ elemento Alcool. Un monumento alla distruzione che esso porta, al senso di profondo vuoto, per i protagonisti della storia, ambientata tra le due guerre, che tenta di venir mascherato coll’ ubriacarsi. Non esiste differenza di paese, età, posizione sociale, religione, che sfugga a questo pericoloso collante.
Il libro si snoda fra le vie della nobile Parigi e la propria “Fiesta” pamploniana a cui i nosti protagonsti giungono per seguire la corrida.
Là,la summa di questa bolgia, che dura ininterrottamente per una settimana.
Di facile intuizione ne è la fine: arrivati all’ estremo, tutto poi svanisce come fumo e rimane l’ inconsistenza di una vita sprecata…

Nota: Hemingway scrisse questo libro dopo aver compiuto dei viaggi con la moglie e amici,in Spagna a partire dagli anni 20.


I fiori blu

Agosto 5, 2008

il libro di Raymond Queneau, tradotto da Italo Calvino, è un’opera davvero interessante per la struttura interna del racconto: se è noto che Chuang-tzè sogni di essere una farfalla (o la farfalla sogni di essere Chuang-tzè!), in questo libro è evidente che il duca d’Auge sogni di essere Cidrolin o viceversa.

Tra le due storie parallele, quella che più mi ha incuriosito, è la vicenda di Cidrolin: vive negli anni Sessanta, ma, ciò che è interessante, è il fatto che viva in una chiatta, è come se fosse sospeso in un mondo a sè stante, aspettando l’arrivo di qualcuno che lo risvegli dalla siesta.

Il duca Giocchino d’Auge, è una figura particolare, poichè si muove tra diversi periodi storici, fino ad arrivare a Cidrolin, diretto al campo di campighe per campisti. Ciò che mi ha colpito è che, nonostatnte attraversi diversi secoli, con un intervallo di 175 anni l’uno dall’altro, il duca rimanga sempre lo stesso, mi spiego: continua ad avere lo stesso atteggiamento nei confronti, in primis, del suo scudiero Mouscaillot e dei suoi cavalli, Sten e Stef, i quali parlano!

E’ un libro di trama particolare, ma di facile lettura per tutti; infatti, invito, chi ancora non l’avesse letto, a farlo e consiglio anche, dello stesso autore, Zazie nel metrò, che una mia amica mi ha suggerito. A tutti una buona lettura e buone vacanze!


Se una notte d’inverno un viaggiatore

Agosto 3, 2008

“Se una notte di inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (pubblicato nel 1979) è il libro più strano e coinvolgente che ho letto finora, poiché protagonista del romanzo è proprio il lettore. Viene usata la seconda persona, il tu, per indirizzarsi al primo personaggio, cosa che fa sentire partecipi alla storia come la si vivesse in prima persona.

Seguire il filo logico del racconto, che si svolge attraverso l’incrocio di più racconti, è molto complicato, ma affascinante. E’ come partecipare ad una caccia al tesoro alla ricerca del prosieguo della storia, che, per motivi vari, il lettore (cui in seguito si aggiungerà una lettrice), non riesce mai a terminare di leggere. All’interno del romanzo dunque si snodano gli inizi di ben dieci romanzi, che al lettore a alla lettrice vengono presentati come continuazione della storia interrotta, ma che in realtà si rivelano essere dieci storie una diversa dall’altra, di dieci autori diversi.

Un’operazione per nulla semplice, tanto che l’autore stesso disse (da una conferenza tenuta a Buenos Aires nel 1984): “Ho dovuto dunque scrivere l’inizio di dieci romanzi d’autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro”. Il critico Angelo Guglielmi, recensore del libro nell’anno della sua pubblicazione, definì i dieci romanzi come i dieci tipi di storie possibili da scrivere, nelle quali ogni volta muta l’impostazione stilistica e il rapporto con il mondo.

Ho trovato inoltre interessante il tentativo di Calvino di riassumere e schematizzare il libro, che risulta procedere per successive cancellazioni, fino alla cancellazione del mondo nel decimo racconto (il “romanzo apocalittico”).

Lo schema utilizzato è quello delle alternative binarie che Platone usa nel Sofista: ogni volta un’alternativa viene esclusa e l’altra si biforca in due alternative.

 

 

(Mi piacerebbe mettervelo di seguito, lo schema: si trova all’inizio del romanzo, ma non avendo lo scanner non posso farlo! Se qualcun altro ne ha la possibilità, magari provi ad inserirlo. Grazie!)

 

 

 

 


Libera nos a Malo

Agosto 2, 2008

Ho trovato molto particolare e vicino a me e alla mia famiglia il libro di Luigi Meneghello (pubblicato nel 1963), autore che mi piace considerare una sorta di scrittore di poemi omerici dell’oggi, per il suo aver messo su carta la cultura parlata, destinata, come quelli, ad essere tramandata soltanto per via orale.

Soprattutto nella prima parte del testo (quella in cui Meneghello parla della sua infanzia) ho ritrovato i racconti dei giochi, dei passatempi che mi narrava anche mio nonno, coetaneo dello scrittore, il quale ha sempre vissuto a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza (a ca 50 km da Malo).

Ho ritrovato delle somiglianze anche fra le filastrocche e le poesie riportate. Ad esempio, quante volte ho sentito ripetere:

Andiamo la guera

co la s’ciopèta nera

co la s’ciopèta bianca:

Viva la Francia!

E’ stato incredibile invece constatare le varianti che il dialetto offre. A 50 km di distanza capita che il nome di uno stesso oggetto sia completamente differente: se a Malo rizàrda è la lucertola, nel basso vicentino mi sento dire marisorbola! In più il dialetto offre una tal quantità di sfumature di significato, che per me, e per chi il dialetto non lo parla, sono quasi inconcepibili, e, soprattutto, assolutamente intraducibili.

Prendo un esempio dal libro in questione, in cui Meneghello scrive: “per capire la differenza tra pajassi e pajazzi bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno”. Io la differenza non riuscivo a coglierla, ho dovuto chiedere e farmela spiegare, perchè ciò che scrive Cesare Segre, in un saggio sul dialetto è profondamente vero: “Il dialetto per Meneghello s’identifica con la prima lingua che ha parlato; è insomma, la lingua. Oggi molto è mutato: aumenta il numero degli utenti della lingua nazionale(…). Il dialetto sta annacquandosi, cioè italianizzandosi, è parlato da meno persone e in meno occasioni; è destinato a scendere allo stato di gergo.”

Mi ha colpito inoltre il modo in cui (non senza guardare a Gadda), lo scrittore incastona fra italiano colto e dialetto maladense parole e frasi latine, o inglesi (fondò la cattedra di Letteratura italiana in Inghilterra, a Reading) o francesi. Ne voglio riportare due esempi che trovo simpatici e significativi:

1) italiano-dialetto-inglese

“Dal tinello di mie cugine si udivano all’improvviso degli scrosci. “Ma come? piove?” domandavano gli ospiti interrompendo la conversazione. Mie cugine cercavano invano di ingentilire l’assurda spiegazione.

 

One of the countrymen:

Cossa ze sta?

 

The angel:

I am the angel of reality,

Seen for a moment standing in the door.

I have neither ashen wing nor wear of ore

And live without a tepid aureole

 

 One of the countrymen:

Cossa dìselo?

 

The angel:

pio pio pio… in liquid lingerings,

Like watery words awash; like meanings said

 

By repetitions of half-meanings. Am I not,

Myself, only half of a figure of a sort,

 

A figure half seen, or seen for a moment, a man

Of the mind, an apparition? …pio pio pio

 

One of the countrymen:

Cossa ze chel volèa?”

 

2) italiano-dialetto-latino

“(Il Professore) doveva sentirsi solo, anche perchè aveva interrotto ogni comunicazione culturale con i figli. Chiacchierava e disputava invece cogli altri avventori da Nastasio, artigiani, contadini, operai.

“Perchè, caro Bepi,” diceva, “come ch’el dise Ammiano Marcellino – Nel trentesimo primo libro delle Storie – Carnem inter femora sua – Capìssito per diòna – Equorumque terga subsertam – Fotu calefaciunt brevi… Eco, capìssito, fotu calefaciunt brevi!” E spiegava che riscaldata così la carne non vale una cicca.

Davanti al clinto portato su fresco dalla cantina, la conversazione era spesso animata.

            “Ha detto Velleio Patercolo…”

            “Ha detto Toni Vacareto…”

            “Aulo Gellio…”

            “Checo Schèo..”

            “Macrobio…”

            “Onto…”

 

Capisco che per chi non sia almeno un poco vicino a questo mondo, o non conosca almeno un po’ il dialetto, possa risultare difficile entrarvi, così, d’improvviso, senza preavvisi.

Io qualche legame ce l’ho, e mi ritengo fortunata: leggendo questo libro ho potuto sorridere e, inoltre, vedermi scendere qualche lacrima nel ricordare la voce roca di mio nonno che mi raccontava una delle sue mille storie.

 

 


Il giardino dei Finzi-Contini

Agosto 2, 2008

Scritto dall’autore Giorgio Bassani e pubblicato per la prima volta nel 1962, Il giardino dei Finzi-Contini è un romanzo che ho letto tutto d’un fiato.

Appassionante e coinvolgente libro che vi consiglio caldamente, tratta, in prima persona, delle esperienze giovanili (più o meno fittizie) dello scrittore. Egli, ebreo di nascita, trascorse la sua giovinezza a Ferrara a cavallo fra le due Guerre, ed in particolare nel periodo in cui vennero promulgate le leggi razziali (1938).

Fra le righe del testo emerge la sofferenza del protagonista (e quindi di Bassani), che si trova dinanzi un destino di “diverso” (tanto per cominciare, l’esclusione dal Circolo tennistico di cui faceva parte).

Ma fortunatamente non è solo: a condividere con lui le stesse esperienze, cercando di sdrammatizzare e continuare a vivere un vita pressoché normale ci sono gli amici, fra i quali Alberto e Micol Finzi-Contini, ragazzi ebrei dell’alta borghesia che mettono a disposizione il loro grande giardino per continuare a giocare a tennis, parlare, scambiarsi idee su ciò che sta accadendo e…innamorarsi.

La narrazione infatti, iniziata alle porte di Roma, presso la necropoli etrusca di Cerveteri, tende a chiudersi, abbracciando i margini di Ferrara, poi il Giardino e infine tentando di sfiorare il corpo di Micol, fanciulla  intorno alla quale ruota tutto l’intreccio narrativo e l’esistenza stessa del protagonista.

Non voglio svelare come questo amore andrà a finire…leggetelo! E’ chiaro però che il nucleo della storia è quello di elevare una sorta di monumento a Micol, ricordare colei che fu destinata a morire in un campo di concentramento nel 1943.

Il testo drammatico si conclude, secondo me, lasciando il lettore in sospeso. Si sfogliano le pagine per assicurarsi che il romanzo continui: nulla, è proprio finito, un epilogo e nulla più.

E’ il modo giusto per lasciare il lettore riflettere e passargli il testimone.

Una curiosità su Giorgio Bassani: a questo autore va il merito di aver fatto pubblicare, nel 1959, Il Gattopardo, romanzo del nobile siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa.