Devo dire, per prima cosa, che, ad un certo punto, avevo meditato veramente di abbandonare La coscienza di Zeno. Il capitolo riguardante il suo matrimonio, lo trovo di una monotonia e, a volte, di una ripetizione…stancante. Nel senso: impiega quasi 90 pagine per dichiararsi, quando lo fa, fallisce, e si sposa con la sorella; nel mezzo, una serie di domande che si fa, senza peraltro trovare risposta che, certamente evidenziano l’insicurezza del personaggio, ma lo fanno diventare, a mio parere, apatico: infatti, quando si confronta con il rivale, “perde” sempre. Dicevo: in primis, la trovo un tantino debole come trama; in secondis, Svevo descrive i modi di comportarsi, di interagire tra le persone, proprio come in un tipico romanzo ottocentesco, cosa che, dopo aver letto i primi tre capitoli, che raccontano in maniera assolutamente novecentesca (sopratutto la guerra contro il fumo) il modo di comportarsi e di pensare…fa crollare il palco. Fortinatamente, dopo, il libro, oltre che migliorare, diventa magnifico, e fluisce con una semplicità disarmante. Gli darei otto, come voto (parere mio!), causa carenze del capitolo 5.
Per quanto riguarda la luna e i Falò…l’ho trovato eccezzionale. Credevo che me la sarei sbrigata in quattro e quattr’otto a leggerlo (neanche 200 pagine, scritte in grande), invece, quando mi accingevo a “dargli una letta”, mi accorgevo che non mi ricordavo nulla di quello che avevo appena letto. Perchè, in un modo che non riesco a comprendere, Pavese riesce a rappresentare quella che viene considerata “la semplice vita” in modo che si evidenzi quanto, in realtà, sia difficoltosa, come tutte gli “altri tipi di vita”. E lo fa anche in un modo dolce-poetico…cioè, che dire? Riesce difficile pensare che, dopo aver scritto questo romanzo, si sarebbe suicidato. Uno pensa: lo scrittore, in qualche modo, fa trasparire, tra le sue pagine, come si sente (esmpio classico, è Hemingway: Di là dal fiume e tra gli alberi, Il vecchio e il mare e poi il suicidio). Evidentemente, Pavese riusciva a scriverlo – Anguilla, bene o male, è una sua proiezione che ritorna a casa – in modo da ingannare chi leggeva. Ma forse si pò immaginare: Anguila vede in Cinto se stesso, e Cinto è il ragazzo storpio senza sogni, l’opposto di Anguilla da ragazza, l’uguale Anguilla adulto, ovveso Pavese adulto. Il fatto che Pavese-Anguilla riversasse su Cinto tutto ciò che sapeva, può far pensare che fosse un modo per dire addio: ritronare, dopo “aver visto tutto, aver visto come tutti, al mondo, erano uguali, ed lasciare, prima di andarsene per sempre, un’eredità propria in Cinto. Come un genitore al figlio. Questo, a parer mio, può essere visto come il modo in cui Pavese dice addio.
Ed ora, per arrivare al titolo: ciò che, ho notato, accumuna Pavese e Svevo (e molti altri scrittori/scrittrici, ma, fra quelli che ho letto quest’estate, l’ho notato più in loro), è il fatto che – come dire – riescono a raccontare, in poche righe, molte cose. Sembra stupido, ma io non sono in grado di farlo. Non sarei in grado di scrivere un romanzo del ritorno come La luna e i falò in sole 170 pagine, ne “consumerei” almeno il triplo! E la stessa capacità ce l’ha Svevo anche se, data la giusta ampiezza dell’opera, ce se ne accorge meno. Ma Pavese è un genio: capitoletti da 4-5 pagine, raccontano, ognuno, un episodio, e sono tutti legati; non ti accorgi che, in poche pagine, ti racconta di decine di vite, di decine di anni, di storia.
Pubblicato da lorenzo900
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