Scritto dall’autore Giorgio Bassani e pubblicato per la prima volta nel 1962, Il giardino dei Finzi-Contini è un romanzo che ho letto tutto d’un fiato.
Appassionante e coinvolgente libro che vi consiglio caldamente, tratta, in prima persona, delle esperienze giovanili (più o meno fittizie) dello scrittore. Egli, ebreo di nascita, trascorse la sua giovinezza a Ferrara a cavallo fra le due Guerre, ed in particolare nel periodo in cui vennero promulgate le leggi razziali (1938).
Fra le righe del testo emerge la sofferenza del protagonista (e quindi di Bassani), che si trova dinanzi un destino di “diverso” (tanto per cominciare, l’esclusione dal Circolo tennistico di cui faceva parte).
Ma fortunatamente non è solo: a condividere con lui le stesse esperienze, cercando di sdrammatizzare e continuare a vivere un vita pressoché normale ci sono gli amici, fra i quali Alberto e Micol Finzi-Contini, ragazzi ebrei dell’alta borghesia che mettono a disposizione il loro grande giardino per continuare a giocare a tennis, parlare, scambiarsi idee su ciò che sta accadendo e…innamorarsi.
La narrazione infatti, iniziata alle porte di Roma, presso la necropoli etrusca di Cerveteri, tende a chiudersi, abbracciando i margini di Ferrara, poi il Giardino e infine tentando di sfiorare il corpo di Micol, fanciulla intorno alla quale ruota tutto l’intreccio narrativo e l’esistenza stessa del protagonista.
Non voglio svelare come questo amore andrà a finire…leggetelo! E’ chiaro però che il nucleo della storia è quello di elevare una sorta di monumento a Micol, ricordare colei che fu destinata a morire in un campo di concentramento nel 1943.
Il testo drammatico si conclude, secondo me, lasciando il lettore in sospeso. Si sfogliano le pagine per assicurarsi che il romanzo continui: nulla, è proprio finito, un epilogo e nulla più.
E’ il modo giusto per lasciare il lettore riflettere e passargli il testimone.
Una curiosità su Giorgio Bassani: a questo autore va il merito di aver fatto pubblicare, nel 1959, Il Gattopardo, romanzo del nobile siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Agosto 22, 2008 alle 1:25 pm
Anche io l’ ho letto ma non ne sono rimasto così entusiasta.
Non che la storia in se non mi abbia coinvolto, ma il modo di scriviere non mi appassionava. Forse la “pignoleria” (qualcuno direbbe precisione) dei nomi dei molteplici personaggi, l’ assoluta riconoscibilità dei luoghi per me era troppo.
Ecco non ve lo consiglierei caldamente ma potete comunque leggerlo. e chissà che l’ effetto non sia diverso!
Settembre 2, 2008 alle 3:33 pm
Oscar, anche a me il libro ha fatto, più o meno, lo stesso effetto. L’ho letto velocemente, come Giulia, ma non perchè mi appasionasse in modo particolare, bensì perchè aspettavo il momento in cui mi potesse catturare davvero…fin quando non sono arrivata, ahimè, alla fine del racconto con una sorta di amaro in bocca. Ho seguito la storia con interesse, la pignoleria (che ho riscontrato anch’io) non mi è stata, tuttavia, di peso.
In definitiva, è un libro che consiglierei perchè, comunque, piacevole.