Roma antica, il mito del «sistema perfetto»

Settembre 26, 2008

Questo è invece l’articolo di Luciano Canfora, pubblicato sul Corriere della sera di ieri, venerdì 25 settembre: un ottimo sunto della conferenza dal titolo ”Costituzione Mista” tenuta dal filologo in occasione del X Convegno organizzato dalla Fondazione Canussio di Cividale. Merita di essere letto, soprattutto per la sua chiarezza e attualità.

Discussioni Il conflitto tra ordine e sovversione nel mondo classico: un convegno della Fondazione Canussio. Il passato (e il futuro) della democrazia

Lo storico greco Polibio esaltò la «costituzione mista», ma fu smentito dalla crisi dei Gracchi

 

«Democrazia» torna ad essere una parola problematica e di combattimento, come nelle sue origini ateniesi quando era per lo più usata come disvalore da parte dei suoi implacabili critici. Non solo: si torna liberamente a criticarla proprio negli ambienti che l’ avevano brandita come bandiera da guerra fredda. Si torna a chiedersi quali siano i necessari correttivi (l’ orribile neologismo «governabilità» è spesso adoperato a questo proposito), quali siano i limiti tollerabili, quale il contrasto di fondo con il criterio della competenza (è l’ antica obiezione dei pensatori ateniesi); per non parlare dell’ invito ad una presa d’ atto dell’ inevitabilità del principio oligarchico al di sotto della corteccia democratica. È qui la radice della riscoperta anglosassone del sistema «misto» e della romana costituzione mista, come la intese Polibio: si pensi agli studi di Neil MacCormick. Parallelamente torna a vigoreggiare, tra i nostri studiosi del mondo romano, la tendenza a definire democrazia l’ ordinamento costituzionale romano, o per lo meno la sua prassi tardo-repubblicana: ordinamento che invece a Polibio (libro VI) e al suo emulo-interprete Machiavelli (Discorsi sulla prima deca di Tito Livio) parve l’ esempio perfetto di costituzione mista. La discussione non è nuova se solo si pensa alla diverse posizioni sostenute in proposito da due grandi romanisti quali Francesco De Martino e Antonio Guarino. Ma ora, significativamente, la visione di Roma repubblicana come democrazia viene rilanciata da uno storico di spicco quale Fergus Millar (The Crowd in Rome in the Late Republic) proprio negli Stati Uniti d’ America – e l’ accoglienza è stata entusiasta, «Historians Give Romans Better Marks in Democracy», titolò il New York Times (23 luglio 1999). E questo si spiega nella realtà, quella americana, dove la trasformazione del meccanismo democratico in costituzione mista è più avanzato e consolidato. Oltre mezzo secolo fa Kurt von Fritz, uno dei maggiori storici del pensiero antico, passato dalla Germania agli Usa già negli anni Trenta, scrisse un imponente trattato The Theory of the Mixed Constitution in Antiquity: a Critical Analysis of Polybius’ Political Ideas (Columbia University Press, 1951) partendo dal presupposto non erroneo secondo cui «nessuna parte della teoria politica antica ha avuto maggior influenza sulla moderna politica (né solo sulla prassi) che la teoria della mixed constitution». Essa ha avuto in Polibio, greco trapiantato a Roma come ostaggio di guerra e ben presto conquistato alla totale ammirazione del «modello» romano, il suo più convinto assertore. Una tale costituzione parve a Polibio il vero fondamento della solidità e della durevolezza di Roma. Egli riteneva che ciò fosse apparso chiaro in special modo nel momento del massimo tracollo, al tempo della disfatta di Canne. Roma aveva dimostrato appunto in quella circostanza il massimo di capacità di resistenza, e ciò – secondo Polibio – appunto grazie al suo ordinamento. È questa la ragione per cui il libro dedicato alla costituzione romana, il VI, trova posto, nell’ economia generale dell’ opera, come prosecuzione del racconto relativo a Roma dopo la celebre e sfortunata battaglia. Il libro VI però non incomincia in medias res con la descrizione dell’ ordinamento politico romano. A tale descrizione si giunge dopo un’ ampia premessa: dopo uno svolgimento, che occupa la prima parte del libro, rivolto a classificare i vari generi di costituzioni e a svelare il meccanismo del loro incrinarsi e trasmutarsi in altri e diversi ordinamenti. Per quel che riguarda la classificazione delle costituzioni, Polibio ha ben presente l’ impianto platonico e aristotelico, che «raddoppia», per così dire, le forme politiche con la distinzione tra forme «pure» e forme «degenerate» (monarchia/tirannide; aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia). È una distinzione caratteristica del pensiero antidemocratico. Si può dire, schematizzando, che la più plausibile risposta al quesito intorno alle fonti della teoria polibiana del ciclo costituzionale sia che si tratta in sostanza dell’ VIII libro della Repubblica platonica (Platone è l’ unico autore che Polibio cita in questo contesto) ma letto alla maniera in cui lo leggeva (irrigidendolo) Aristotele. Polibio ha, sulla scia di Aristotele, assunto la successione tracciata da Platone come un itinerario storico-genetico. Merito di Platone è considerata l’ introduzione dei «doppi», delle forme «degenerate» accanto a quelle pure. Ed è certo lì l’ origine della teoria del mutamento. Senza la nozione tipicamente dinamica di «degenerazione» non vi sarebbe altro che la immobile paratassi delle tre forme tradizionali (alla maniera, per fare qualche esempio, del preambolo della Ciropedia di Senofonte o del pretenzioso esordio del Contro Ctesifonte di Eschine). Non a caso la spinta verso il mutamento viene dalla pleonexía, dal «comportamento prevaricatore» del gruppo dominante, mentre la reazione a tale degenerazione dà vita a nuove forme politiche. È qui il nesso tra degenerazione e movimento. Ma la radice più remota di una tale riflessione – i cui elementi costitutivi sono lo sdoppiamento delle forme, la nozione di degenerazione ed il ciclo – è da cercarsi ancora più indietro: è nel dibattito costituzionale erodoteo (III, 80-82), la cui fonte d’ ispirazione è nella riflessione politica della sofistica (per esempio le Antilogie di Protagora). Il compendio polibiano ha avuto notevole fortuna. Ma tale fortuna è dipesa non tanto dalla originalità (invero scarsa) della riflessione teorica, quanto dal fatto che ad essa si collega una innovativa interpretazione dell’ ordinamento politico romano. Polibio è fiero di tale novità. Del durevole prestigio che questo piccolo manuale costituzionale, incorporato da Polibio nella sua opera, ha goduto agli albori del pensiero politico moderno è segno chiaro la parafrasi, e talvolta letterale ripresa, che ne fa Machiavelli nel I libro dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1513-1519), intitolato appunto Di quante spezie sono le repubbliche e di quale fu la repubblica romana. Ai moderni questa classificazione non basta più. La contestazione alla radice del modello classico delle sei forme costituzionali (tre pure e tre degenerate) verrà un secolo dopo, da Thomas Hobbes. Quella distinzione suscita il suo sarcasmo e viene da lui fatta risalire appunto agli «scrittori greci e romani» e ai loro moderni seguaci: «Non ci si convincerà facilmente – scrive nel De Cive (VII, 3) – che il regno e la tirannide non sono specie diverse di Stato (…) In cosa differisca il re dal tiranno va ricercato con la ragione, non con la passione. In primo luogo, non differiscono nel fatto che il secondo abbia maggiore potere del primo, perché non si può dare potere maggiore di quello supremo. Neppure differiscono perché la potenza dell’ uno è limitata e quella dell’ altro no. Chi ha una potenza limitata non è re, ma suddito di chi gli pone limiti. Inoltre non differiscono per il modo in cui hanno conquistato il potere. Infatti, se in uno Stato democratico o aristocratico un cittadino si impadronisce con la forza del potere supremo, qualora ottenga il consenso dei cittadini, diviene monarca legittimo; altrimenti è un nemico, non un tiranno. Differiscono quindi solo per l’ esercizio del potere: è re chi governa rettamente, tiranno chi governa in altro modo. La questione dunque si riduce a questo, che se i cittadini pensano che un re legittimamente innalzato al potere supremo esercita bene il suo potere, lo chiamano re; altrimenti tiranno. Perciò regno e tirannide non sono forme diverse di Stato; bensì allo stesso monarca viene dato il nome di re in segno di onore, e di tiranno in segno di disprezzo. Quello che si trova scritto nei libri contro i tiranni, trae origine dagli scrittori greci e romani, che erano governati in parte dal popolo e in parte dagli ottimati, e quindi odiavano non solo i tiranni ma anche i re». Aspro, ma decisivo. Era bastata la crisi graccana a far saltare la «macchina perfetta» che aveva sedotto Polibio, persuaso di aver trovato a Roma la soluzione degli inesausti conflitti politici che avevano dilaniato le città greche. L’ Istituto Dieci anni fa nasceva a Cividale del Friuli la Fondazione Canussio, un Istituto scientifico senza scopo di lucro, presieduto dalla storica Marta Sordi, che si propone di promuovere iniziative di studio sull’ antichità classica e ogni anno organizza un convegno internazionale su questi temi.

Canfora Luciano


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Settembre 26, 2008
Propongo di seguito un articolo pubblicato oggi su Avvenire nella rubrica Agorà. Parla di questioni che ci toccano in prima persona (l’esame di stato, ad esempio) e delle quali abbiamo avuto modo di riflettere in classe proprio questa mattina: per fortuna, anche quando tutto sembra andare per il peggio, c’è chi continua ad avere idee positive, di miglioramento. Fiduciosi (ancora?), speremus!

 
IDEE. La crisi dello strutturalismo, ammessa dai suoi maestri, rilancia l’idea di recuperare la vecchia prova regina all’esame di maturità 
 


DI GIULIANO
LADOLFI
  D
a quando Luigi Berlinguer ha cambiato (in meglio, senza dubbio) la struttura dell’esame di Stato degli studi secondari superiori, la prova scritta di italiano prevede quattro diverse richieste: l’analisi del testo (tipologia A), il saggio breve (tipologia B), l’articolo di giornale (tipologia B), il tema di storia (tipologia C) e di attualità (tipologia D). L’ampliamento delle proposte risponde alla necessità di valorizzare le personali attitudini del candidato in relazione a quattro diverse modalità di progettazione, di stesura e di argomentazione dello scritto.
  L’introduzione della prima modalità deriva da decenni di impostazione strutturalista e formalista della critica letteraria che concepisce lo studio del testo come analisi degli aspetti formali (fonetici, ritmici, metrici e contenutistici), ignorando in gran parte gli elementi estetici, storici, filosofici e sociologici. La lettura di una pagina letteraria si è trasformata in una ricerca tecnica di strutture. La poesia e il romanzo nella mente degli studenti appaiono aridi meccanismi applicati al linguaggio.
  Ora la stagione dello Strutturalismo è finita; ne è consapevole Cesare Segre, ne è consapevole Tzvetan Todorov, come ha rilevato Cesare Cavalleri in un bell’articolo pubblicato su
Avvenire qualche mese fa. Non è un caso che Todorov stesso abbia mutato parere e sostenga che «le opere trasmettono un significato e lo scrittore pensa; il ruolo del critico è trasformare significato e pensiero nel linguaggio comune del suo tempo». E poi mi si permetta di ribadire che la ripetizione del suono ‘r’ nel secondo verso della poesia di Montale presentata nella tipologia A del primo scritto del passato esame di Stato vuol dire tutto e il contrario di tutto. Basti un solo esempio: una delle parole semanticamente più dolci della lingua italiana ‘tenerezza’ comporta la presenza di suoni aspri! Ogni interpretazione richiede uno ’scarto’ logico; non esiste alcuna certezza ’scientifica’ in questo settore. La grande letteratura parla dei problemi umani e non è formata da «incontri di modelli semiologicamente attivi» (Silvio D’Arco Avalle) né da un «gioco linguistico» né da esercizio stilistico né da divertissement. Ricordo, a questo proposito, una bella definizione di Blanchot: lo Strutturalismo è un tentativo di prolungare all’infinito il viaggio per eludere la nostalgia del porto.
  Si rende, pertanto, necessario mutare modalità di verifica delle abilità di espressione scritta in lingua italiana nella prova conclusiva degli Studi Superiori, e cioè l’argomentazione di una questione di carattere letterario, riprendendo il tradizionale tema di componimento. Tale proposta, tuttavia, non deve essere intesa come ‘ritorno al passato’, ma come riappropriazione della consapevolezza che la poesia e la letteratura sono parte delle scienze umane e come tali devono essere reinserite all’interno del cammino della civiltà occidentale. Ogni grande autore va considerato testimone ed interprete di uno sviluppo del pensiero che motiva e chiarisce i diversi fenomeni culturali, economici, politici e storici ecc. in cui si articola la società.
  L’esperienza personale come quella di moltissimi colleghi conferma che una simile impostazione apre veramente la mente, appassiona allo studio della letteratura vissuto come avventura dello spirito umano, favorisce il dialogo e la discussione, spinge l’alunno all’approfondimento e alla lettura personale, lo arricchisce umanamente, perché egli comprende che ogni capolavoro nasce da un originale modo di rispondere ai quesiti esistenziali che ciascun uomo si pone e che ogni epoca storica tenta di inquadrare in una originale interpretazione del reale.
  Con questo non chiedo che venga abolita la prima tipologia, considero, però, inderogabile ripristinare uno strumento che nel passato ha fornito agli attuali professionisti una palestra di stile, di capacità critica e argomentativa e una scuola di vera umanità.

  La lettura di una pagina letteraria si è trasformata in una ricerca di strutture.
  Ma quella stagione ormai è finita, ne sono consapevoli Segre e Todorov

 
 
 

per cominciare a capire “dove siamo” nella narrativa italiana oggi…

Settembre 22, 2008

…Andate qui.


dopo pordenonelegge.it…

Settembre 22, 2008

…scrivete i vostri articoli in merito agli incontri ai quali avete assistito!


Cosa ne dite?

Settembre 15, 2008

Sfogliando le pagine del vastissimo programma di pordenonelegge 2008 ho trovato un incontro che mi pare interessante e che potrebbe tornarci utile per tanti motivi; esso è “Cosa c’entra l’anima con gli atomi. Introduzione alla filosofia della scienza”, sarà tenuto dal professor Mauro Dorato, ed avrà luogo venerdì 19, ore 11.00, in Largo S. Giorgio.

Per curiosità vi linko qui alcune informazioni su Mauro Dorato, che mi sembra un personaggio curioso e qui una recensione sul libro che presenta.

 


Gli indifferenti

Settembre 14, 2008

Quando cominciò a scrivere “Gli Indifferenti” , Alberto Moravia non aveva ancora compiuto diciott’anni ed era appena uscito dal sanatorio .

Tutto il romanzo ruota intorno a cinque personaggi , Mariagrazia , Carla , Michele , Leo , Lisa.

Moravia è dentro il romanzo , Moravia ” è ” Michele .

Che cosa può desiderare  la madre Mariagrazia , per la figlia  Carla ? ” Veramente non ho un solo desiderio … che tu ti sposi ..poi sarò felice …” E la figlia il giorno del suo ventiquattresimo compleanno , cosa risponde ? “Tu..ma io sarei felice ? penso; ” Sì , va bene ” rispose ;

Leo , l’ amante di Mariagrazia ,che cosa propone a Carla che è infelice della sua vita  e oppressa dalla madre ? “Cambia” , gli ripetè ” vieni a stare con me”.

Così comincia il romanzo , e così si concluderà : ” lo sposerò ” ella ( Carla ) ripetè senza voltarsi .

E Michele ? Michele odia tutti ;  ” l’unica via d’uscita ” sembra essere per lui la relazione con Lisa .    Michele , non è del tutto indifferente , ha delle idee ma non sa come metterle in pratica , cerca di riscattarsi , tenta di difendere la famiglia , di impedire il matrimonio tra Carla e Leo; ma non riuscirà a “salvarsi” . Un fremito di paura lo scosse :  ”Non ho amato Lisa .. non ho ucciso Leo .. non ho che pensato .. ecco il mio errore”

 I dialoghi sono scarni , futili , spesso assurdi e ripetitivi : le scenate di gelosia di Mariagrazia , lo scambio di battute tra Leo e Michele .” Voglio dire ” , spiegò Michele , ” che Leo … ci ha rovinati .. e che ora finge di esserci amico ..ma non lo è”

                                                                                                                                                                       Gli Indifferenti , è un romanzo lugubre , cupo , triste , la vicenda ” non  si evolve ” è chiusa in se stessa ,  il lettore aspetta uno spiraglio di luce , un minimo cambiamento che non avviene e non avverrà mai .


Sorelle Materassi

Settembre 13, 2008

“Sorelle Materassi ” è il romanzo più noto di Aldo Giurlani, conosciuto con lo pseudonimo di Aldo Palazzeschi.

Carolina e Teresa , due sorelle ricamatrici , vivono una tranquilla e monotona esistenza in compagnia di una terza sorella e della serva Niobe , dopo che sono riuscite in pochi anni di duro e costante lavoro a saldare i debiti causati dal padre e a rientrare in possesso delle proprietà di famiglia.La vita delle sorelle subirà una drastica svolta con l’arrivo di Remo , loro giovane nipote , rimasto orfano. Remo con la sua furbizia e disinvoltura vive e farà vivere alle ” ingenue ” sorelle Materassi delle straordinarie avventure , sarà amato  e temuto  . Quando decide di andare in America con Peggy , le sorelle non si danno pace e continuano a adorarlo .

Il primo capitolo inserisce la vicenda sullo sfondo delle colline di Coverciano , nei pressi di Firenze , con un esplicito richiamo a Boccaccio ( viene citata la settimana giornata del Decameron );la storia sarà destinata a prendere i risvolti di una vera e propria beffa.

Il linguaggio è teatrale , ricco di formule orali e popolari. I dialoghi sono repentini e  vivaci. Le descrizione ampie , dettagliate creano delle scene esilaranti .  Come per esempio” il rito domenicale”: “..e una volta infarinate come pesci da friggere , e dopo aver fatto davanti allo specchio mille smorfie e piroette , osservando in ogni senso le loro figure che rivedevano dopo sette giorni , si mettevano alla finestra l’una attaccata all’ altra , a gomito , con le braccia bene composte sul davanzale”.

“Sorelle Materassi” è sicuramente il romanzo più divertente che ho letto quest’estate.


FIESTA

Settembre 11, 2008

“Fiesta “ ,  di Ernest Hemingway , è un libro molto bello e intenso che ho letto con interesse e curiosità .

Hemingway nell ‘estate 1925 organizza un viaggio in Spagna per la Fiesta . Decide di trascorrere una settimana a Pamplona con alcuni amici e poi si reca con la moglie Hadley , alla quale dedicherà ” Fiesta” , a Madrid . I litigi , le discussioni tra nuove e vecchie conoscenze daranno allo scrittore  lo spunto per la creazione di una storia . Hemingway la scrive in sei settimane , concludendola a Parigi. Il titolo più adatto per il romanzo sembra essere ” Fiesta “ ;  viene scartato perchè  ” Fiesta ” è una parola straniera . Hemingway allora pensa di chiamarlo : “ The  lost generation ” riferendosi alla  frase ( che  Gertrude Stein aveva ideato per indicare i giovani americani espatriati in Europa dopo la prima guerra mondiale ) ” You are all a lost generation ” . Infine decide di intitolarlo ” The sun also rises “ infondendo una nota di speranza ( certezza ) : la vita  genera vita . 

I giovani che incontriamo in questo romanzo sono ricchi , intelligenti , spavaldi. Hanno molti vizi , bevono smisuratamente , si divertono ; si relazionano con amicizie ( più o meno sincere ) e intrecciano legami amorosi .  Hemingway attraverso dialoghi concisi e che appassionano  , con schiettezza e veridicità ,  ci conduce oltre “l’apparente” insensibilità dei giovani , ” analizza ” la pscicologia dei personaggi , ” porta alla luce ” il loro malessere , le loro ansie , le loro insicurezze .

 Il romanzo mi è piaciuto e mi ha coinvolto .


Gomorra

Settembre 9, 2008

Premetto che non centra niente con i “libri per l’estate” che dobbiamo leggere, ma io l’avevo comprato mesi fa e non avevo avuto ancora occasione di leggerlo. Ora l’ho iniziato. (Per chi non l’avesse capito, sto parlando del libro di Roberto Saviano che spiega cos’è e come opera l’istituzione criminale che viene chiamata camorra).

Ho visto il film (Gomorra di Matteo Garrone), qualche mese fa, ed ora ho letot il rpimo capitolo (Il porto). Il concetto di questo capitolo, è che tutto, ma proprio tutto (vestiti, giochi, cibi) passa e viene smistato per il porto di Napoli, amministrato dalla camorra – che sfrutta i cinesi fin quando non muoiono e se ne sbarazzano – per giungere in tutta Italia e in tutta europa. Personalmente, mi ha fatto schifo pensare che ciò ce indosso e ciò che mangio passi per le loro mani, ma questo avvalora solamente la tesi che l’Italia è in mano a questi Sistemi (come li chiama Saviano), e non è in grado,  non di sconfiggerli, ma nemmeno lontanamente di “tenerli a bada”. Non è molto bello.

Qualcun altro ha letto o sta leggendo Gomorra?


Attilio Bertolucci: La camera da letto

Settembre 9, 2008

Tra i libri di poesie propostici dal prof., ho scelto La camera da letto di Bertolucci, perché mi suscitava una sensazione di familiarità, forse dovuta ad un’immagine che mi ero creata nella mente: infatti, leggendo il titolo, mi ha dato l’impressione di sentirmi protetta e a casa.

La camera da letto, infatti, è una specie di sineddoche dell’intera casa.

 

Trovo davvero interessanti i versi di quest’opera, soprattutto perché trattano scene di vita quotidiana e ricordi della vita dell’autore.

Le sue poesie, per la loro struttura, mi ricordano molto i Canti di Leopardi, poiché le strofe di Bertolucci, come quelle leopardiane, sono raggruppate in diversa lunghezza.

 

La camera da letto è, appunto, un lungo poema in versi, articolato in 46 canti, al centro del quale si colloca la vita familiare e il succedersi delle varie generazioni.

La storia parte con l’arrivo dei genitori nella campagna parmense e si protrae con le varie modernizzazioni di quel tempo, fino al giorno in cui il protagonista si sposa e ha dei figli in una città urbana.

A momenti di vivacità e vitalità, si contrappongono, talvolta, ansiose incertezze.

Il presente, utilizzato in assoluto all’interno dell’opera, rivela una tale realtà da far sembrare il tempo il vero protagonista.