Ritornare al tema

Settembre 26, 2008
Propongo di seguito un articolo pubblicato oggi su Avvenire nella rubrica Agorà. Parla di questioni che ci toccano in prima persona (l’esame di stato, ad esempio) e delle quali abbiamo avuto modo di riflettere in classe proprio questa mattina: per fortuna, anche quando tutto sembra andare per il peggio, c’è chi continua ad avere idee positive, di miglioramento. Fiduciosi (ancora?), speremus!

 
IDEE. La crisi dello strutturalismo, ammessa dai suoi maestri, rilancia l’idea di recuperare la vecchia prova regina all’esame di maturità 
 


DI GIULIANO
LADOLFI
  D
a quando Luigi Berlinguer ha cambiato (in meglio, senza dubbio) la struttura dell’esame di Stato degli studi secondari superiori, la prova scritta di italiano prevede quattro diverse richieste: l’analisi del testo (tipologia A), il saggio breve (tipologia B), l’articolo di giornale (tipologia B), il tema di storia (tipologia C) e di attualità (tipologia D). L’ampliamento delle proposte risponde alla necessità di valorizzare le personali attitudini del candidato in relazione a quattro diverse modalità di progettazione, di stesura e di argomentazione dello scritto.
  L’introduzione della prima modalità deriva da decenni di impostazione strutturalista e formalista della critica letteraria che concepisce lo studio del testo come analisi degli aspetti formali (fonetici, ritmici, metrici e contenutistici), ignorando in gran parte gli elementi estetici, storici, filosofici e sociologici. La lettura di una pagina letteraria si è trasformata in una ricerca tecnica di strutture. La poesia e il romanzo nella mente degli studenti appaiono aridi meccanismi applicati al linguaggio.
  Ora la stagione dello Strutturalismo è finita; ne è consapevole Cesare Segre, ne è consapevole Tzvetan Todorov, come ha rilevato Cesare Cavalleri in un bell’articolo pubblicato su
Avvenire qualche mese fa. Non è un caso che Todorov stesso abbia mutato parere e sostenga che «le opere trasmettono un significato e lo scrittore pensa; il ruolo del critico è trasformare significato e pensiero nel linguaggio comune del suo tempo». E poi mi si permetta di ribadire che la ripetizione del suono ‘r’ nel secondo verso della poesia di Montale presentata nella tipologia A del primo scritto del passato esame di Stato vuol dire tutto e il contrario di tutto. Basti un solo esempio: una delle parole semanticamente più dolci della lingua italiana ‘tenerezza’ comporta la presenza di suoni aspri! Ogni interpretazione richiede uno ’scarto’ logico; non esiste alcuna certezza ’scientifica’ in questo settore. La grande letteratura parla dei problemi umani e non è formata da «incontri di modelli semiologicamente attivi» (Silvio D’Arco Avalle) né da un «gioco linguistico» né da esercizio stilistico né da divertissement. Ricordo, a questo proposito, una bella definizione di Blanchot: lo Strutturalismo è un tentativo di prolungare all’infinito il viaggio per eludere la nostalgia del porto.
  Si rende, pertanto, necessario mutare modalità di verifica delle abilità di espressione scritta in lingua italiana nella prova conclusiva degli Studi Superiori, e cioè l’argomentazione di una questione di carattere letterario, riprendendo il tradizionale tema di componimento. Tale proposta, tuttavia, non deve essere intesa come ‘ritorno al passato’, ma come riappropriazione della consapevolezza che la poesia e la letteratura sono parte delle scienze umane e come tali devono essere reinserite all’interno del cammino della civiltà occidentale. Ogni grande autore va considerato testimone ed interprete di uno sviluppo del pensiero che motiva e chiarisce i diversi fenomeni culturali, economici, politici e storici ecc. in cui si articola la società.
  L’esperienza personale come quella di moltissimi colleghi conferma che una simile impostazione apre veramente la mente, appassiona allo studio della letteratura vissuto come avventura dello spirito umano, favorisce il dialogo e la discussione, spinge l’alunno all’approfondimento e alla lettura personale, lo arricchisce umanamente, perché egli comprende che ogni capolavoro nasce da un originale modo di rispondere ai quesiti esistenziali che ciascun uomo si pone e che ogni epoca storica tenta di inquadrare in una originale interpretazione del reale.
  Con questo non chiedo che venga abolita la prima tipologia, considero, però, inderogabile ripristinare uno strumento che nel passato ha fornito agli attuali professionisti una palestra di stile, di capacità critica e argomentativa e una scuola di vera umanità.

  La lettura di una pagina letteraria si è trasformata in una ricerca di strutture.
  Ma quella stagione ormai è finita, ne sono consapevoli Segre e Todorov

 
 
 

Libera nos a Malo

Agosto 2, 2008

Ho trovato molto particolare e vicino a me e alla mia famiglia il libro di Luigi Meneghello (pubblicato nel 1963), autore che mi piace considerare una sorta di scrittore di poemi omerici dell’oggi, per il suo aver messo su carta la cultura parlata, destinata, come quelli, ad essere tramandata soltanto per via orale.

Soprattutto nella prima parte del testo (quella in cui Meneghello parla della sua infanzia) ho ritrovato i racconti dei giochi, dei passatempi che mi narrava anche mio nonno, coetaneo dello scrittore, il quale ha sempre vissuto a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza (a ca 50 km da Malo).

Ho ritrovato delle somiglianze anche fra le filastrocche e le poesie riportate. Ad esempio, quante volte ho sentito ripetere:

Andiamo la guera

co la s’ciopèta nera

co la s’ciopèta bianca:

Viva la Francia!

E’ stato incredibile invece constatare le varianti che il dialetto offre. A 50 km di distanza capita che il nome di uno stesso oggetto sia completamente differente: se a Malo rizàrda è la lucertola, nel basso vicentino mi sento dire marisorbola! In più il dialetto offre una tal quantità di sfumature di significato, che per me, e per chi il dialetto non lo parla, sono quasi inconcepibili, e, soprattutto, assolutamente intraducibili.

Prendo un esempio dal libro in questione, in cui Meneghello scrive: “per capire la differenza tra pajassi e pajazzi bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno”. Io la differenza non riuscivo a coglierla, ho dovuto chiedere e farmela spiegare, perchè ciò che scrive Cesare Segre, in un saggio sul dialetto è profondamente vero: “Il dialetto per Meneghello s’identifica con la prima lingua che ha parlato; è insomma, la lingua. Oggi molto è mutato: aumenta il numero degli utenti della lingua nazionale(…). Il dialetto sta annacquandosi, cioè italianizzandosi, è parlato da meno persone e in meno occasioni; è destinato a scendere allo stato di gergo.”

Mi ha colpito inoltre il modo in cui (non senza guardare a Gadda), lo scrittore incastona fra italiano colto e dialetto maladense parole e frasi latine, o inglesi (fondò la cattedra di Letteratura italiana in Inghilterra, a Reading) o francesi. Ne voglio riportare due esempi che trovo simpatici e significativi:

1) italiano-dialetto-inglese

“Dal tinello di mie cugine si udivano all’improvviso degli scrosci. “Ma come? piove?” domandavano gli ospiti interrompendo la conversazione. Mie cugine cercavano invano di ingentilire l’assurda spiegazione.

 

One of the countrymen:

Cossa ze sta?

 

The angel:

I am the angel of reality,

Seen for a moment standing in the door.

I have neither ashen wing nor wear of ore

And live without a tepid aureole

 

 One of the countrymen:

Cossa dìselo?

 

The angel:

pio pio pio… in liquid lingerings,

Like watery words awash; like meanings said

 

By repetitions of half-meanings. Am I not,

Myself, only half of a figure of a sort,

 

A figure half seen, or seen for a moment, a man

Of the mind, an apparition? …pio pio pio

 

One of the countrymen:

Cossa ze chel volèa?”

 

2) italiano-dialetto-latino

“(Il Professore) doveva sentirsi solo, anche perchè aveva interrotto ogni comunicazione culturale con i figli. Chiacchierava e disputava invece cogli altri avventori da Nastasio, artigiani, contadini, operai.

“Perchè, caro Bepi,” diceva, “come ch’el dise Ammiano Marcellino – Nel trentesimo primo libro delle Storie – Carnem inter femora sua – Capìssito per diòna – Equorumque terga subsertam – Fotu calefaciunt brevi… Eco, capìssito, fotu calefaciunt brevi!” E spiegava che riscaldata così la carne non vale una cicca.

Davanti al clinto portato su fresco dalla cantina, la conversazione era spesso animata.

            “Ha detto Velleio Patercolo…”

            “Ha detto Toni Vacareto…”

            “Aulo Gellio…”

            “Checo Schèo..”

            “Macrobio…”

            “Onto…”

 

Capisco che per chi non sia almeno un poco vicino a questo mondo, o non conosca almeno un po’ il dialetto, possa risultare difficile entrarvi, così, d’improvviso, senza preavvisi.

Io qualche legame ce l’ho, e mi ritengo fortunata: leggendo questo libro ho potuto sorridere e, inoltre, vedermi scendere qualche lacrima nel ricordare la voce roca di mio nonno che mi raccontava una delle sue mille storie.