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Settembre 26, 2008Libera nos a Malo
Agosto 2, 2008Ho trovato molto particolare e vicino a me e alla mia famiglia il libro di Luigi Meneghello (pubblicato nel 1963), autore che mi piace considerare una sorta di scrittore di poemi omerici dell’oggi, per il suo aver messo su carta la cultura parlata, destinata, come quelli, ad essere tramandata soltanto per via orale.
Soprattutto nella prima parte del testo (quella in cui Meneghello parla della sua infanzia) ho ritrovato i racconti dei giochi, dei passatempi che mi narrava anche mio nonno, coetaneo dello scrittore, il quale ha sempre vissuto a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza (a ca 50 km da Malo).
Ho ritrovato delle somiglianze anche fra le filastrocche e le poesie riportate. Ad esempio, quante volte ho sentito ripetere:
Andiamo la guera
co la s’ciopèta nera
co la s’ciopèta bianca:
Viva la Francia!
E’ stato incredibile invece constatare le varianti che il dialetto offre. A 50 km di distanza capita che il nome di uno stesso oggetto sia completamente differente: se a Malo rizàrda è la lucertola, nel basso vicentino mi sento dire marisorbola! In più il dialetto offre una tal quantità di sfumature di significato, che per me, e per chi il dialetto non lo parla, sono quasi inconcepibili, e, soprattutto, assolutamente intraducibili.
Prendo un esempio dal libro in questione, in cui Meneghello scrive: “per capire la differenza tra pajassi e pajazzi bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno”. Io la differenza non riuscivo a coglierla, ho dovuto chiedere e farmela spiegare, perchè ciò che scrive Cesare Segre, in un saggio sul dialetto è profondamente vero: “Il dialetto per Meneghello s’identifica con la prima lingua che ha parlato; è insomma, la lingua. Oggi molto è mutato: aumenta il numero degli utenti della lingua nazionale(…). Il dialetto sta annacquandosi, cioè italianizzandosi, è parlato da meno persone e in meno occasioni; è destinato a scendere allo stato di gergo.”
Mi ha colpito inoltre il modo in cui (non senza guardare a Gadda), lo scrittore incastona fra italiano colto e dialetto maladense parole e frasi latine, o inglesi (fondò la cattedra di Letteratura italiana in Inghilterra, a Reading) o francesi. Ne voglio riportare due esempi che trovo simpatici e significativi:
1) italiano-dialetto-inglese
“Dal tinello di mie cugine si udivano all’improvviso degli scrosci. “Ma come? piove?” domandavano gli ospiti interrompendo la conversazione. Mie cugine cercavano invano di ingentilire l’assurda spiegazione.
One of the countrymen:
Cossa ze sta?
The angel:
I am the angel of reality,
Seen for a moment standing in the door.
I have neither ashen wing nor wear of ore
And live without a tepid aureole
One of the countrymen:
Cossa dìselo?
The angel:
pio pio pio… in liquid lingerings,
Like watery words awash; like meanings said
By repetitions of half-meanings. Am I not,
Myself, only half of a figure of a sort,
A figure half seen, or seen for a moment, a man
Of the mind, an apparition? …pio pio pio
One of the countrymen:
Cossa ze chel volèa?”
2) italiano-dialetto-latino
“(Il Professore) doveva sentirsi solo, anche perchè aveva interrotto ogni comunicazione culturale con i figli. Chiacchierava e disputava invece cogli altri avventori da Nastasio, artigiani, contadini, operai.
“Perchè, caro Bepi,” diceva, “come ch’el dise Ammiano Marcellino – Nel trentesimo primo libro delle Storie – Carnem inter femora sua – Capìssito per diòna – Equorumque terga subsertam – Fotu calefaciunt brevi… Eco, capìssito, fotu calefaciunt brevi!” E spiegava che riscaldata così la carne non vale una cicca.
Davanti al clinto portato su fresco dalla cantina, la conversazione era spesso animata.
“Ha detto Velleio Patercolo…”
“Ha detto Toni Vacareto…”
“Aulo Gellio…”
“Checo Schèo..”
“Macrobio…”
“Onto…”
Capisco che per chi non sia almeno un poco vicino a questo mondo, o non conosca almeno un po’ il dialetto, possa risultare difficile entrarvi, così, d’improvviso, senza preavvisi.
Io qualche legame ce l’ho, e mi ritengo fortunata: leggendo questo libro ho potuto sorridere e, inoltre, vedermi scendere qualche lacrima nel ricordare la voce roca di mio nonno che mi raccontava una delle sue mille storie.
Pubblicato da giuliarox
Pubblicato da giuliarox