Il giardino dei Finzi-Contini

Agosto 2, 2008

Scritto dall’autore Giorgio Bassani e pubblicato per la prima volta nel 1962, Il giardino dei Finzi-Contini è un romanzo che ho letto tutto d’un fiato.

Appassionante e coinvolgente libro che vi consiglio caldamente, tratta, in prima persona, delle esperienze giovanili (più o meno fittizie) dello scrittore. Egli, ebreo di nascita, trascorse la sua giovinezza a Ferrara a cavallo fra le due Guerre, ed in particolare nel periodo in cui vennero promulgate le leggi razziali (1938).

Fra le righe del testo emerge la sofferenza del protagonista (e quindi di Bassani), che si trova dinanzi un destino di “diverso” (tanto per cominciare, l’esclusione dal Circolo tennistico di cui faceva parte).

Ma fortunatamente non è solo: a condividere con lui le stesse esperienze, cercando di sdrammatizzare e continuare a vivere un vita pressoché normale ci sono gli amici, fra i quali Alberto e Micol Finzi-Contini, ragazzi ebrei dell’alta borghesia che mettono a disposizione il loro grande giardino per continuare a giocare a tennis, parlare, scambiarsi idee su ciò che sta accadendo e…innamorarsi.

La narrazione infatti, iniziata alle porte di Roma, presso la necropoli etrusca di Cerveteri, tende a chiudersi, abbracciando i margini di Ferrara, poi il Giardino e infine tentando di sfiorare il corpo di Micol, fanciulla  intorno alla quale ruota tutto l’intreccio narrativo e l’esistenza stessa del protagonista.

Non voglio svelare come questo amore andrà a finire…leggetelo! E’ chiaro però che il nucleo della storia è quello di elevare una sorta di monumento a Micol, ricordare colei che fu destinata a morire in un campo di concentramento nel 1943.

Il testo drammatico si conclude, secondo me, lasciando il lettore in sospeso. Si sfogliano le pagine per assicurarsi che il romanzo continui: nulla, è proprio finito, un epilogo e nulla più.

E’ il modo giusto per lasciare il lettore riflettere e passargli il testimone.

Una curiosità su Giorgio Bassani: a questo autore va il merito di aver fatto pubblicare, nel 1959, Il Gattopardo, romanzo del nobile siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

 


La coscienza di Zeno

Giugno 26, 2008

Ho appena terminato di leggere La coscienza di Zeno, innovativo romanzo autobiografico che consiglio vivamente a voi tutti.

Sono stata colpita dallo stile e dalla lingua utilizzati da Hector Schmitz  (vero nome di Italo Svevo) nella sua opera più celebre: ho perciò pensato di riportare alcune curiosità in merito all’argomento, che mi paiono molto interessanti.

Ci si accorge fin dalle prime pagine che la lingua di Svevo presenta usi di parole e forme grammaticali inusuali. Egli infatti si distacca dall’italiano “normale” del suo tempo – il toscano – (e per questo venne accusato di scrivere male!), a testimoniare l’incertezza linguistica che ancora vigeva a Trieste, città nella quale l’autore viveva e lavorava. Trieste: periferica rispetto a Firenze e Roma da una parte, dall’altra terra di confine, linguisticamente interferita dal tedesco e dalle lingue slave. Svevo, in particolare, aveva una competenza plurilingue articolata: parlava il dialetto triestino, conosceva l’italiano sia letterario che commerciale oltre a parlare fluentemente il tedesco, il francese, e in minor grado, l’inglese (ebbe come insegnante niente meno che James Joyce!). Si comprende dunque il perchè del suo italiano insicuro: non è nativo, ma, piuttosto, libresco.

Ciò lo porterà a scrivere con alcune particolarità che saltano all’occhio, come ho accennato in precedenza.

Eccone alcune:

-          il VERBO è un settore che presenta molte irregolarità. Con il servile, in molti casi, sono possibili sia l’ausiliare essere che avere (“ha potuto venire” – “è potuto venire”), ma la forma impersonale ammette solo l’ausiliare essere, mentre Svevo scrive così: “quello (il vestito) di sera in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno” ;

-          I PARTICIPI PASSATI sono accordati con il complemento oggetto posposto: “avevo amata mia madre”, “avrebbe rafforzati i freni”;

-          quanto ai tempi, il PASSATO REMOTO è usato in eccesso (per ipercorrettismo di un settentrionale che non lo possiede nel proprio modo di parlare spontaneo). Es.: “La mia fronte è spianata perchè dalla mia mente eliminai ogni sforzo”- qui l’italiano toscano avrebbe richiesto il passato prossimo;

-          sovraesteso uso della preposizione DI al posto di A. Es.: “se riuscissimo di tenerlo a letto”. In questo Svevo è influenzato dal francese, la lingua straniera che più condiziona il suo italiano.

 

Un altro aspetto interessante del romanzo è il riferimento alla psicanalisi (cui lo stesso autore fu sottoposto) e i conseguenti richiami a Freud. Per chi fosse interessato, consiglio parte di un saggio di Eduardo Saccone: “Commento a Zeno”(pp. 180-84), nel quale le ultime pagine della Coscienza vengono commentate alla luce del pensiero di Freud.

 

Buone letture e buone vacanze!